LA SCUOLA RISCOPRA IL VALORE DELLA COMUNITA' EDUCANTE
La preside Tina Gesmundo di un Liceo di Bari, con le
sue affermazioni, ha aperto un grande dibattito sul ruolo della scuola e della
famiglia nell’educazione dei giovani. E questo è a parer mio un bene perché se ne parla troppo poco.
La preside
afferma che è sgomenta di fronte
alla violenza che incontra in alcuni alunni del biennio, ossia in quegli alunni
che provengono dalle medie ritenendo
responsabili i genitori troppo permissivi.
In realtà siamo tutti sgomenti quando vediamo giovani adolescenti esercitare
la violenza sui compagni, sulle aule e nei comportamenti.
E sgomenti lo sono in primo luogo i genitori che non
comprendono le cause di tali atteggiamenti nei figli.
L‘ho sperimentato negli ultimi anni della mia carriera
scolastica proprio in un biennio delle
superiori. Ne ho parlato ampiamente in alcuni articoli pubblicati sul
settimanale “Il nostro tempo” di Torino.
Oggi, però, di fronte alle affermazioni della preside
Gesmundo riportati da varie agenzie giornalistiche, ricordando il titolo di un mio libro sulla Scuola
“I ragazzi non sanno odiare”, mi sento di riaffermare che “nessun ragazzo
esercita la violenza senza averla già sperimentata o vista nella società in cui vive”.
Pertanto In una società come la nostra dove il
principio di dominazione (causa di tutti i conflitti e violenze) continua ad
essere riproposto in tantissime forme a livello sociale e politico e comunitario
- scuola compresa -, non possiamo addossare alle famiglia tutta la responsabilità dei comportamenti dei figli.
E’ risaputo infatti che il passaggio dalla
preadolescenza all’adolescenza, 15-16-17 anni, è il momento più delicato nell’esistenza
della persona, la quale vive le prime
tempeste ormonali, fisiche e comportamentali, ed è spesso confusa nella ricerca non facile
di una propria individualità, influenzata in primo luogo dalle immagini che la
circondano e anche dai comportamenti
negativi che osserva intorno a sé.
Non è, infatti, la prima volta
in cui un genitore è sgomento di
fronte a comportamenti che mai avrebbe voluto vedere nel proprio figlio.
Non a sproposito i Decreti delagati parlano di “comunità
educante” e ne parla in primo luogo l’Istituzione Scuola. Ricordiamo il detto: “Per
educare un bambino occorre un intero villaggio”.
Sarà quindi importante che la Scuola, in un contesto
in cui la violenza deflagra in tutto il mondo, cerchi alleanza con la famiglia, per individuare insieme le giuste misure da
adottate per correggere certi comportamenti
negativi nei ragazzi che arrivano al
traguardo del biennio.
Senza dimenticare che ci troviamo ancora nella scuola
dell’obbligo e che pertanto siamo chiamatiti dalla Costituzione a individuare
insieme con le famiglie quelle cause che ostacolano un normale processo di
apprendimento, violenza inclusa.
E invece, a parer mio, non è un elemento a favore della Scuola la
grande selezione che in tutta l’Italia viene fatta proprio sugli alunni del
primo e secondo anno delle superiori, dove statisticamente si registra il più alto numero di bocciati,
dimenticando la fragile situazione psicologica di questi giovanissimi che
entrano per la prima volta nella vita
adulta e che avrebbero bisogno di accoglienza, condivisione, stima e fiducia
per affrontare il difficile cambiamento in atto dentro se stessi e nei rapporti
interpersonali.
Voglio sperare che la preside Gesmundo, a parte certe
affermazioni sulla famiglia, convenga con me in questa necessità di “prendersi
cura” di questi alunni del biennio per
portarli gradualmente ad una scelta
obiettiva e alla portata dell’alunno.
Pasquale Lubrano Lavadera
Autore del libro reportage “Signurì Signurì tra gli
scolari di una Napoli che non conta” IOD edizioni 2024, e del racconto “I
ragazzi non sanno odiare” Città Nuova Editrice 1998.

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