Youssef Abanoub a soli 18 anni è stato ammazzato a scuola.
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| Youssef Abnoub |
Youssef Abanoub a soli 18 anni è stato ammazzato a scuola a La Spezia. Un episodio che ci porta a riflettere sul ruolo educativo della scuola e quali le possibili cause di questa crescente violenza dei giovani soprattutto nell'ambiente scolastico, che rappresenta una risvolto sociale nuovo e amaro della vita dei nostri giovani.
Marshall B. Rosemberg, fondatore dei centri per la comunicazione non violenta, in "Educazione che arricchisce la vita" (Edizioni Esserci) afferma che la scuola nella quasi totalità è ancorata ancora a quel principio di dominazione che ha plasmato le società da ottomila anni e che è alla base di ogni comportamento violento, sia nei rapporti tra le persone sia nei rapporti tra le istituzioni sociali e politiche.
Robert Roche Olivar, psicologo di Barcellona invita tutte le scuole a sviluppare primariamente "L'intelligenza prosociale"(titolo del libro pubblicato dalla Erikson) in tutti gli studenti, per rendere la scuola realmente formativa ed educativa.
Piero A. Cavaleri, psicologo italiano nel suo testo "Vivere con l'altro" (Edizioni Città Nuova) ci parla della necessità impellente di costruire in ogni ambito della società, e quindi anche nella scuola, nei rapporti tra gli studenti e tra studenti e docenti il "Bene relazionale" indispensabile alla costruzione di una scuola solida e fondata su valori quali la condivisione, la collaborazione e la ricerca comune.
Di fronte a quanto avvenuto nella Scuola di La Spezia, Ii dolore è grande, come pure è grande l'amarezza nel sapere che il Ministero non ha ancora compreso che l'aver aggiunto alla parola "istruzione" anche la parola "merito", inconsapevolmente la scuola diventa causa di conflittualità tra i giovani.
Era qualcos'altro di cui la scuola aveva bisogno e certamente non l'aver riportato in auge il "merito" che ha creato smarrimento anche in molti docenti.
La parola "merito", strettamente legata al talento di una persona, è alla base di tutte le disuguaglianza ed è molto cara al capitalismo economico, e accettato nella maggior parte dai partiti mainstream di destra e di sinistra. Esso premia "economicamente" le capacita e il talento e indirettamente emargina chi ha meno capacità generando disuguaglianza competizione giudizio e instabilità, conflitto. Dimenticando che il talento è un dono che riceviamo alla nascita e che la volontà non è una capacita innata nel ragazzo o nell'adolescente, ma va anch'essa sviluppata. E questo, a parer mio, è profondamente contrario ad una società democratica basata sulla libertà, uguaglianza e fraternità tra tutti di esseri umani, che dovrebbe ridurre le disuguaglianze sociali. Infatti il "merito" viene affermato con forza dai regimi imperialistici dai governatori autocratici, dai dittatori, dall'economia di mercato libera.
Dolore e amarezza grande perché, spesso, si dimentica che la scuola dell'obbligo fino a 16 anni, voluta dalla costituzione dovrebbe aiutare ogni studente - anche quelli provenienti da ceti meno abbienti - a rimuovere le difficolta che gli impediscono un normale processo di apprendimento e il conseguente sviluppo di quei talenti che sono diversi da ragazzo a ragazzo. E invece vediamo in quasi tutte le scuole italiane che nel biennio delle superiori (obbligatorio) la scure della bocciatura miete vittime in numero altissimo
Dolore e amarezza grande anche perché puntando al merito, la scuola non riesce a tener conto delle diversità degli studenti: per carattere, per intelligenza e per talendo pur sapendo ormai tutti che esistono almeno 10 tipi di intelligenze.
Di conseguenza i risultati scolastici nei singoli studenti non dovrebbero essere comparabili.
Per questo motivo molti pedagogisti dicono che il voto a scuola andrebbe sostituito da un graduale processo di apprendimento in cui la valutazione è valoriale ed implicita.
Dolore e amarezza grande, quindi, nel constatare che puntando al merito ci si dimentica che la scuola è il luogo dove lo studente vive la sua prima esperienza sociale e che pertanto egli, prima ancora di imparare le varie discipline, deve poter fare esperienza di quel "bene relazionale" di cui parla Cavaleri, senza il quale ogni sperienza sociale può miseramente frantumarsi.
A riguardo degli atti di violenza degli adolescenti, egli dice che i giovani, nel loro processo evolutivo, hanno più che mai bisogno del "bene relazionale", che andrebbe insegnato e soddisfatto primariamente nella scuola, permettendo così agli studenti di costruire rapporti sani improntati alla reciprocità.
Auspicabile quindi l'istituzione in tutti gli istituti di almeno un'ora settimanale di educazione al "bene relazionale".
La mancanza di questo "bene relazionale" - e qui siamo al punto più delicato della nostra riflessione - produce negli adolescenti un vero trauma psichico a livello neurale, che non permette al singolo studente di gestire con equilibrio il rapporto tra i sentimenti e un corretto comportamento che escluda la violenza.
La morte dello studente Youssef Abanoub a diciotto anni non può lasciarci indifferenti, ma dovrebbe portarci ad approfondire seriamente l'aspetto della violenza nei nostri giovani e soprattutto a capire in che modo la scuola possa permettere a tutti gli studenti di vivere una serena e equilibrata esperienza sociale.
Pasquale Lubrano Lavadera


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