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Mario Pomilio e "Il quinto evangelio"

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Mario Pomilio (1921 -1990) Ho ripreso in questi giorni tra le mani "Il quinto evangelio" di Mario Pomilio e l'ho riletto, e mano a mano che lo leggevo mi rendevo conto della straordinaria storia che in esso veniva raccontata, e la profonda e geniale intuizione letteraria che sorreggeva tutto l'impianto del libro.  Ho scelto quel libro perché fu proprio "Il quinto evangelio" che mi permise di entrare in contatto con Pomilio, e fu l'inizio di un amicizia che non si è più interrotta, fino agli ultimi giorni della sua vita. Un frase di quel romanzo, fra le tante che avevo sottolineato, la scelsi come epigrafe del mio secondo libro "Storia di Vincenzo". Essa continua a stupirmi a parlarmi di lui: "Come ci parlano di un uomo le cose su cui egli ha esercitato la dolce pazienza delle sue mani!". Ho pensato a tutti i suoi libri e li ho raccolti insieme  e posti davanti a me in uno spazio della biblioteca accanto al tavolo dove lavoro ogni gior...

CARO RENATO...

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  Renato Iovine Caro Renato la tua partenza ci lascia  addolorati e tristi perché  ci mancherai. Ci mancherai come amico, come imprenditore, come figlio della tua isola alla quale hai dato tutto te stesso. La tua testimonianza, di come hai affrontato l'esistenza e in particolare in questo ultimo anno, resta per noi un esempio straordinario per vivere le tempeste della vita con coraggio. E di questo ti siamo infinitamente grati Non posso non ricordare gli anni 80 quanto tu, giovanissimo ti trovavi insieme ai tuoi amici, miei ex alunni, Mimmo Di Biase, Michele Spinelli, Gianluca Cestari, Guido Esposito, nel mio studio  per condividere il sogno di un mondo unito e nella pace. Mi legava a te anche  un rapporto familiare. Forse tu allora non lo sapevi, ma eravamo cugini di secondo grado essendo tua madre  cugina di mio padre, per il ramo materno.  Ne avevo scoperti tanti di cugini fin dagli anni 60 alla Chiaiolella essendo quello il borgo dove mio padre era...

Quando Gandhi perse una scarpa

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Gandhi L'amicizia è necessità. Esigenza dettata dall'intelligenza emotiva. Si narra che un giorno Gandhi, salendo su un treno avesse perso una scarpa sui binari, tra il vagone e la banchina. Tentò di prenderla, ma era impossibile, e il treno stava per partire. Così, si tolse l'altra scarpa e la buttò vicino a quella caduta. Chi era con lui, gli chiese stupefatto perché mai avesse deciso di buttare la scarpa che gli era rimasta, e il Mahatma rispose sorridendo: "Un povero che trova una sola scarpa non sa che farsene. Buttando anche l'altra, almeno lui potrà gioire del mio paio di scarpe". Nella sua coniugazione più nobile, l'amicizia ha proprio questo significato: non serve per sé ma per entrambi, non è visione egocentrica ma relazione svelata. A cosa serve tenere per sé una scarpa spaiata? Che senso avrebbe se l'amicizia fosse un sentimento declinabile solo per se stessi? Che significato potrebbe mai avere la vita se fosse soltanto un gioco con ...