PIERO CAVALERI: iL BENE RELAZIONALE

 

 


Intervista a Piero Cavaleri

 

Si parla oggi spesso di crisi della scuola, soprattutto nelle Superiori, dove si registrano soprattutto nei primi due anni l’abbandono scolastico e il più alto numero di bocciature, nonostante sia ancora scuola dell’obbligo,  ossia scuola per tutti e capace di rimuovere le difficolta che impediscono a tanti ragazzi un normale processo di apprendimento. Il fenomeno dell’abbandono, che prima si verificava solo al Sud, oggi si registra anche al Nord,  tanto da portare il pedagogista Andrea Ferrari a parlare di “sofferenza mentale” degli alunni nelle nostre scuole.

Inoltre di  fronte  a comportamenti disarmonici e  ostili alle norme di convivenza  dei preadolescenti nelle scuole medie anziché cercare le cause di tali comportamenti si prospetta il valore punitivo del voto di condotta che potrà determinare anche la bocciatura.

E tutto questo avviene ignorando completamente le nuove ricerche scientifiche sulle intelligenze multiple, l’importanza  della comunicazione empatica proposta da Marshall B. Rosenberg e dell’intelligenza prosociale di  Roberto Roche Olivar.

Abbiamo pertanto pensato di rivolgere qualche domanda allo psicologo Piero Cavaleri che  nel suo libro Vivere con l’altro[i] cerca di  evidenziare  il grande valore del “bene relazionale” in ogni ambito della società  e soprattutto nella Scuola.

Come mai  nel  mondo della Scuola  che, dopo la vita in famiglia, rappresenta la prima grande esperienza sociale  di ogni persona dall’infanzia fino all’adolescenza, non si parla ancora  di educazione al “bene relazionale”  ma ci si ferma a menzionare un generico rapporto educativo senza entrare nello specifico della relazione?

Purtroppo il concetto di “bene relazionale” non è ancora molto diffuso in psicologia e di conseguenza anche nel mondo della Scuola, tranne pochi casi, è quasi del tutto assente. Appartiene piuttosto al mondo dell’economia civile, che proprio sulla relazione incentra la sua originale visione dei rapporti economici.

In che senso?

Nel senso che, da questa prospettiva, non esistono in economia solo i tradizionali “beni materiali”, come il denaro, gli immobili, gli investimenti finanziari e altri beni quantificabili, ma anche beni immateriali, che tuttavia presentano una notevole rilevanza economica, spesso trascurata, come appunto il “bene relazionale”.

Puoi farci qualche esempio concreto?

Possiamo pensare a un dentista che, ricevendo i suoi clienti, non si concentra soltanto sulla sua specifica prestazione professionale, ma si prende cura anche della relazione umana che intercorre “tra” lui e il paziente. Nel suo conto bancario o negli archivi del fisco rimarrà traccia del compenso ricevuto dal cliente, ma non ci sarà alcun riscontro del “bene relazionale” da lui prodotto. Nel suo studio il medico ha saputo creare un clima relazionale sereno e rassicurante. Egli ha procurato nei suoi pazienti un prezioso e salutare benessere psicologico, che per essi non ha comportato alcun costo in più sulla parcella da pagare, ma che certamente li “fidelizzerà” e li motiverà a ritornare da lui.

Quindi il “bene relazionale” anche come  valore economico?

Senza alcun dubbio, in quanto il vivere il “bene relazionale” incrementa l’utenza e quindi i guadagni del medico. Ma esso riveste anche un valore psicologico, perché umanizza la fredda prestazione professionale, pone al centro il paziente e ne riconosce i bisogni, gli stati d’animo, le emozioni, facendolo stare bene.

In che modo  in un’azienda, dove non c’è il rapporto diretto con l’utenza come in uno studio medico, il “bene relazionale” può portare benefici economici?

In  un modo non dissimile…Se, per esempio, il titolare di un’azienda antepone la conservazione dei posti di lavoro all’incremento del suo profitto personale, crea “bene relazionale” nell’esperienza aziendale. Infatti, riconosce e rispetta la dignità umana dei suoi dipendenti, suscitando in essi una maggiore motivazione all’impegno lavorativo e creando un contesto psicologico più sereno e rassicurante. Il miglioramento delle relazioni avrà ricadute sulla qualità e sulla quantità della produzione aziendale.

Si tratta quindi di una scelta molto precisa e determinante che molti ignorano.

Sì, per questo io, nel mio libro, parlo di educazione al bene relazionale e propongo una “grammatica relazionale” da apprendere. Ma ancor prima è necessario convincersi dell’importanza di esso. Se volessimo ricorrere ad una metafora per comprendere ancora meglio in cosa consista il “bene relazionale”, potremmo pensare all’aria. Essa non si vede, non si tocca, ma  se manca moriamo, se è inquinata ci intossichiamo.

Affermi quindi  che, in un rapporto tra due persone, mancando il “bene relazionale”,  si corre il  rischio di un rapporto sterile e infruttuoso?

Esattamente. Quando vediamo  due persone che parlano tra loro, dobbiamo comprendere che non ci troviamo di fronte solo a due presenze ma a tre distinte realtà. Infatti  tra le due persone c’è una invisibile ma concreta “realtà-terza” (la metafora dell’aria di cui prima parlavo) che le due persone  stanno co-creando insieme mentre interagiscono. Dalla qualità della loro interazione potrà emergere  o il “bene relazionale” di cui stiamo parlando, oppure un’esperienza talmente tossica e frustrante, da incidere negativamente persino sul loro sistema ormonale e neurale, più in generale sul loro complessivo benessere psico-fisico. Appare quindi evidente che il “bene relazionale” presenta un significativo e concreto impatto non soltanto sul mondo dell’economia, ma soprattutto sulla vita mentale di ciascuno, sul contesto sociale nel quale siamo quotidianamente immersi.

Possiamo allora intravedere una diretta relazione tra mancanza di bene relazionale con la crescita di disadattamento sociale di violenza nelle realtà sociali e finanche nelle scuole?

Le nostre città diventano sempre più insicure, cresce la violenza fra i giovani e nelle famiglie, le varie forme di dipendenza aumentano a dismisura e in modo sempre più precoce. Questa notevole sofferenza sociale viene spesso contenuta, con deludenti risultati ed elevata spesa pubblica, solo in termini repressivi. Non si considera abbastanza il fatto che forse, a monte di tutto, c’è proprio la preoccupante assenza di “bene relazionale” in famiglia come a scuola o a lavoro, nei condomini come negli stadi e in altri luoghi di aggregazione.

Quale la conseguenza più grave di  questa assenza?

L’assenza di “bene relazionale” determina spesso un “trauma relazionale”, che è all’origine di molte sofferenze mentali e sociali del nostro tempo e in modo speciale negli studenti. Il noto psichiatra americano Van der Kolk ha scoperto che molti giovani di oggi presentano gli stessi sintomi psicopatologici dei reduci di guerra (disturbi post traumatici da stress, dissociazione, disadattamento sociale ecc.), senza però essere mai stati in guerra. Egli si è chiesto, allora, cosa mai li abbia traumatizzai in maniera così profonda. Dopo specifiche ricerche, è arrivato alla conclusione che le nuove generazioni sono traumatizzate da contesti familiari trascuranti e affettivamente desensibilizzati, da ambienti sociali depersonalizzanti e violenti. La costante esposizione a micro-traumi relazionali, col tempo, finisce per destabilizzare il loro equilibrio psichico, la funzionalità dei loro processi mentali. Essere esposti a continui traumi relazionali altera in particolare le reti neurali che connettono l’area limbica del cervello all’area prefrontale, cioè le emozioni alle funzioni cognitive più complesse ed evolute del nostro cervello.

Il quadro appare veramente preoccupante?

Lo è certamente perché il risultato di tale disconnessione è il sentirsi frantumati dentro, incapaci di gestire le emozioni forti, soprattutto quelle negative, di essere coerenti con i propri valori etici e con la propria progettualità di vita. Ne consegue un vissuto fatto di insicurezza, che altera l’equilibrio ormonale dell’organismo, aumentando la presenza di cortisolo, l’ormone dello stress, e riducendo la presenza di serotonina, l’ormone del buon umore.

Alla luce di queste considerazioni, si comprende meglio quanto sia prezioso il “bene relazionale” e come da esso dipenda non solo la salute mentale individuale, ma la sicurezza dell’intera società.

Non possiamo trascurare che dietro un rapinatore spietato o un branco di  giovani teppisti, che terrorizza una intera città, non c’è una innata tendenza al crimine, ma un precoce trauma relazionale, l’assenza di contesti familiari affettivamente sicuri, capaci di riconoscimento e di cura. Laddove non viene assicurato il bene relazionale ad ogni bambino, ad ogni adolescente, ad ogni adulto, la società si deteriora e si disumanizza, i comportamenti diventano violenti e distruttivi. Ciò accade non solo nelle interazioni fra gli individui, ma anche nei rapporti fra le comunità e le nazioni. Più che investire ingenti somme di denaro pubblico sulle forze dell’ordine e su costosi sistemi repressivi, più che accrescere spese militari e potenziare armamenti, occorre con urgenza sostenere progetti educativi e culturali capaci di promuovere il “bene relazionale”, creando così contesti sociali e familiari sicuri e affidabili, dove le nuove generazioni possano crescere al riparo da traumi affettivi e apprendere l’arte umanizzante del dialogo, del reciproco riconoscimento.

Una Scuola che non dialoga con gli studenti che non si fa carico di quello che lo studente vive e dei suoi bisogni fondamentali,  sta allora venendo meno alla sua funzione educativa e formativa? E può diventare inconsapevolmente una fucina di violenza?

Già un secolo fa, a modo suo, lo aveva capito con grande lucidità anche Freud. Discutendo con Einstein sulla necessità di prevenire la violenza umana, e in particolare la guerra, egli affermava come l’unica strategia efficace, per contrastare nell’essere umano l’istinto alla distruzione (Thanatos), sia quella di sostenere ogni iniziativa educativa in grado di rafforzare l’istinto alla vita (Eros). Oggi, come un secolo fa, il processo di disumanizzazione sembra dilagare in modo inarrestabile. Promuovere ad ogni livello il “bene relazionale” non è un ingenuo desiderio, ma una urgente necessità se vogliamo ancora salvare la nostra salute mentale e la nostra stessa specie.



[i] Piero A. Cavaleri,  Vivere con l’altro Città Nuova editrice Roma 2007

Commenti

Post popolari in questo blog

IL VOTO DI CONDOTTA NELLA SCUOLA DELL'OBBLIGO VA ELIMINATO

LA SCUOLA SPESSO TRADISCE LA COSTITUZIONE

L'attualità della PACEM IN TERRIS