Luigino Bruni: LE TRAPPOLE DELLA MERITOCRAZIA
Se oggi volessimo spezzare la spirale di ineguaglianze e di esclusione, dovremmo dar vita nella Scuola a politiche educative anti-meritocratiche
Il merito è la principale ideologia del nostro capitalismo, e ne è anche il suo grosso paradosso.
Il
primo spirito del capitalismo fu generato dalla radicale critica di Lutero alla
teologia del merito, ma quella “pietra scartata” oggi è diventata la “testata d’angolo” della nuova religione capitalistica generata in Paesi (US)
edificati proprio da quell’etica protestante anti-meritocratica.
La
salvezza per “sola grazia” e non per i nostri meriti fu posta al centro della
Riforma protestante.
Fu
anche una ripresa, dopo un millennio, della polemica di Agostino contro Pelagio
(Lutero era stato un monaco agostiniano).
La
critica anti-pelagiana di Agostino, Gerolamo e altri “padri della chiesa”. Fu
essenzialmente un superamento dell’antichissima idea che voleva che la
salvezza dell’anima, la benedizione di
Dio, il paradiso, potessero essere guadagnati, acquistati, comprati, meritati
dalle nostre azioni.
La
teologia del merito voleva imprigionare anche Dio dentro la logica meritocratica, costringendolo a punire e
premiare sulla base di criteri che i teologi gli attribuivano.
La
lotta al pelagianesimo fu un’operazione
tutt’altro che marginale. Fu decisiva per la chiesa dei primi secoli (una lotta che
in realtà, come possiamo vedere, non è stata mai vinta).
Se,
infatti, fosse stata la teologia pelagiana a prevalere, il cristianesimo
si sarebbe aggiunto alle tante sette mediorientali apocalittiche e gnostiche, o
trasformato in un’etica simile allo stoicismo. Avrebbe infatti perso la charis
(la grazia, la gratuità), che rappresentava il suo segno specifico, e che lo
distingueva nettamente dalle dottrine religiose e dalle idolatrie meritocratiche
dominanti in quell’epoca.
L’origine
della religione meritocratica è dunque molto antica, si perde nella storia
delle religioni e dei culti idolatrici.
Il
messaggio di Cristo, in continuità con l’anima profetica della
Bibbia, ha operato una vera e propria rivoluzione in un mondo teologico
dominato da culti economici/retributivi e dal loro merito – basta leggere i
dialoghi di Giobbe con i suoi amici per averne una idea molto chiara e forte.
Anche
se nei Vangeli (quello di Matteo in particolare) e nei testi neo-testamentari (Lettera di Giacomo) ritroviamo residui
meritocratici, le parole e la vita di Gesù furono soprattutto una critica
radicale e generalizzata alla fede meritocratica, proseguita e sviluppata in
particolare dalla teologia di Paolo.
Per
capirlo è sufficiente prendere la parabola dell’operaio dell’ultima ora,
dove la politica salariale del “padrone della vigna” segue un criterio
radicalmente anti-meritocratico; oppure
considerare la figura del “fratello
maggiore” nel racconto del “figliol prodigo”,che rimprovera il padre
misericordioso proprio sulla base dei criteri meritocratici – la misericordia è
l’opposto della meritocrazia: non siamo perdonati perché lo meritiamo, ma è
proprio la condizione di demerito che commuove le viscere della
misericordia.
Per
non parlare delle beatitudini, che sono un manifesto eterno e insuperato di non
-meritocrazia.
Nonostante
la chiarezza e la forza di questo messaggio, l’antica teologia economico- retributiva-
meritocratica ha continuato a influenzare l’umanesimo cristiano per tutto il
medioevo, e ben oltre.
Le
idee neo-pelagiane continuarono ad
informare la dottrina e soprattutto la
prassi cristiana, fino a produrre quella
vera e propria malattia nota come “mercato
delle indulgenze”, che si comprende solo all’interno di una deformazione in
senso retributivo-meritocratica del messaggio cristiano.
Come sempre accade in materia di religione, le
conseguenze di queste idee teologiche furono ( e sono) immediatamente sociali,
economiche, politiche.
Coloro
considerati demeritevoli erano (e sono) condannati ed emarginati anche dagli
uomini, e i meritevoli prima di guadagnarsi
il paradiso nell’altra vita lo raggiungevano su questa terra, dove ai
loro meriti erano associati molti privilegi, denaro, potere.
La
storia dell’Europa cristiana è stata un lento processo per liberarsi da questa
visione arcaica della fede, in un alternarsi di fasi storiche più
agostiniane ed altre più pelagiane. Ma
fino a tempi recenti non abbiamo mai pensato di costruire una società interamente né prevalentemente meritocratica.
Esercito,
sport, scienza, scuola erano e sono ambiti tendenzialmente meritocratici, ma altre decisive sfere della vita erano rette da logiche diverse
e qualche volta opposte.
Nelle
chiese, nella famiglia, nella cura, nella società civile il criterio base non
era il merito ma il bisogno – altra grande parola oggi dimenticata e
sostituita dai gusti dei consumatori.
La
scuola, ad esempio. È un luogo dove nessuno, o pochi hanno messo in dubbio
che l’impianto meritocratico dovesse essere quello prevalente nella formazione
e valutazione dei bambini e dei giovane (anche se non l’unico).
Non
pensiamo però che questa scelta, apparentemente
non controversa, non abbia prodotto nei secoli conseguenze molto
rilevanti.
Sulla
base dei meriti e dei voti scolastici abbiamo costruito tutto un sistema sociale
ed economico gerarchico e castale, dove nei
primi posti stavano coloro che
rispondevano meglio a quei meriti, e negli ultimi quelli che a
scuola ottenevano performance
peggiori.
E
così medici, avvocati, professori universitari hanno avuto stipendi e condizioni
sociali molto migliori degli operai e dei contadini; e
oggi in questa nuova ondata di meritocrazia pelagiana, i lavoratori che, giorno
e notte, mantengono pulite le strade e
le fogne, ricevono salari centinaia di volte inferiori a quelli dei
manager delle imprese nelle quali
lavorano.
Quel
merito scolastico, che sembrava così
ovvio e pacifico, in realtà ha determinato privilegi e dignità molto diversi
tra di loro, che hanno retto e continuano a reggere l’impianto e le
disuguaglianze delle nostre società.
Se
oggi volessimo spezzare la spirale di ineguaglianza e di esclusione, dovremmo
dar vita a politiche educative anti-meritocratiche, soprattutto nei paesi più
poveri – come fummo capaci di fare in Europa nel secolo scorso con
l’introduzione della scuola universale, obbligatoria e gratuita.
Sarebbe
più che mai urgente tornare all’antica critica di Agostino a Pelagio.
Agostino
non negava l’esistenza nelle persone di talenti e di impegno, che poi generano
quelle azioni o stati etici che chiamiamo meriti (da merere:
guadagnare, mercede, lucro, meretrice).
Il
punto decisivo per Agostino riguardava
invece la natura dei doni e dei meriti.
Per
lui i talenti erano charis,
grazia, gratuità (va notato che la
stessa parabola dei talenti non è una lode
della meritocrazia ma della responsabilità).
Secondo
Agostino “Dio coronando i nostri meriti, corona i suoi doni”. I meriti
non sono merito nostro – se non in minima parte, una parte troppo
minima per farne il muro maestro di una
economia e di una civiltà.
Ecco
perché un importante effetto collaterale di una cultura che interpreta i
talenti ricevuti come merito e non come doni, è una drammatica carestia di
gratitudine vera e sincera.
E’
l’ingratitudine di massa la prima nota
dei sistemi meritocratici,
Quando
infatti, leghiamo la stima sociale, le
remunerazioni e il potere ai talenti e quindi ai meriti, non facciamo altro che
ampliare e amplificare enormemente le disuguaglianze.
Persone
già disuguali alla nascita per talenti naturali e condizioni famigliari e
sociali, da adulti lo diventano molto di più.
Nel
XX secolo, soprattutto in Europa, la politica riduceva le distanze nei punti di
partenza, in nome del principio dell’uguaglianza.
Il
nostro tempo meritocratico, invece, le potenzia e le estremizza.
Così,
se sono figlio di genitori colti, ricchi e intelligenti, se nasco e cresco in
un paese con molti beni pubblici e con
un buon sistema sanitario ed educativo,
se la mia dotazione iniziale di cromosomi e geni è stata particolarmente
felice, ne segue che frequenterò scuole migliori, maturerò più meriti
scolastici dei miei compagni nati in condizioni naturali e sociali più
sfavorevoli, troverò con ogni probabilità nel mercato del lavoro
un’occupazione più remunerata dal
sistema meritocratica.
E
così, quando andrò in pensione, la distanza dai miei concittadini venuti al
mondo con meno talenti, si sarà moltiplicata nel corso della vita di un fattore
di 10, 20, 100.
Non
capiamo allora l’aumento delle disuguaglianze nel nostro tempo se non prendiamo
molto sul serio la sua radice: il forte aumento della teologia meritocratica
del capitalismo, che sta diventando la giustificazione ideologica della
disuguaglianza.
E
non capiamo la crescente colpevolizzazione dei poveri, sempre più considerati non come sventurati ma
come demeritevoli, se non consideriamo l’avanzare indisturbato della
logica meritocratica.
Se,
infatti, interpreto i talenti ricevuti (dalla vita e dai genitori) come merito
e non come dono, il passo di considerare immeritevoli e colpevoli coloro che
quei talenti non li hanno, diventa
molto, troppo, breve.
L’asse
dei mondi meritocratici non è il
paradiso, ma l’inferno e il purgatorio.
Sono
i demeriti i protagonisti degli imperi del merito.
Tutte
le teologie meritocratiche, prima di essere una teoria del merito, sono una
teoria e una prassi del demerito, delle colpe, delle espiazioni.
Si
presentano come umanesimo, personalismo e liberazione, ma diventano
immediatamente un meccanismo di creazione di colpe e di pene, una produzione di
massa di peccati e di peccatori che poi gestiscono e controllano con un
complesso siustema teso a ridurre quelle pene su questa terra e in cielo.
Gli
universi meritocratici sono abitati da pochissimi eletti e da una moltitudine
di “dannato” che sperano per tutta la vita in sconti di pena.
Ieri,
e oggi, quando il posto dei predicatori pelagiani lo hanno preso i nuovi evangelizzatori della meritocrazia
nelle imprese e ormai ovunque, che stanno ricreando nei loro templi nuovi
fiorentissimi “mercati delle indulgenze”, nei quali la moneta per comprare il
paradiso, o almeno il purgatorio, non è
più il denaro né i pellegrinaggi a Santiago, ma il sacrificio di interi
brani della propria vita, carne e sangue.
Il
controllo delle anime non avviene più nei confessionali e nei manuali per
confessori, ma negli uffici di coaching e counseling.
Ieri
e oggi le meritocrazie hanno un solo grande nemico: la gratuità , che
temono più di ogni altra cosa perché scardina le gerarchie, e libera le persone
dalla schiavitù dei meriti e dei demeriti.
Solo
una rivoluzione della gratuità – urlata, desiderata, vissuta, donata
– potrà liberarci da questa nuova inondazione di pelagianesimo, se durante
questo tempo di schiavitù e di lavoro forzati a servizio del faraone, non smetteremo
di sognare insieme una terra promessa.
Luigino
Bruni
Da"Economia Civile – Fra Mercato e vita", nel mensile Scuola e Formazione della CISL SCUOLA
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