"Nessuno solo": Essere accanto a famiglie e a persone che vivono la realtà LBGT

Tutti hanno diritto di amare ed essere amati


L’omosessualità non è una patologia del desiderio ma una delle espressioni del comportamento umano

L'attrazione è la grande sconosciuta, ed è proprio da lì che dobbiamo partire.

Nessuno di noi ha deciso chi gli piace. Io non mi sono svegliato un giorno a 18 anni e ho scelto di provare le farfalle nello stomaco per una donna. È successo. Prima della volontà, prima della ragione, prima della fede. È successo e basta.

Perché un uomo prova attrazione per una donna e un altro per un uomo? Perché la scienza oggi ci dice con umiltà che non lo sa del tutto. 

Sappiamo che non è una scelta, non è un capriccio, non è una moda. È un intreccio misterioso di biologia, ormoni, storia affettiva, temperamento, anima. Come l'essere mancini. Nessuno sceglie di essere mancino, lo è. E per secoli abbiamo costretto i mancini a scrivere con la destra, dicendo che era peccato. Oggi ci vergogniamo di averlo fatto.

Questa è l'attrazione: non è un atto, è una condizione. L'atto sessuale si può scegliere o meno, ma l'orientamento, quel muoversi del cuore verso qualcuno, non si comanda. E se non si comanda, non si può imputare come colpa mortale. Dio non condanna ciò che non scegliamo. Dio guarda il cuore e come amiamo.

Tra noi ci sono fratelli e sorelle che confondono ancora l'attrazione con il peccato. Pensano che dire "omosessuale" voglia dire automaticamente "peccatore". Non è così. Il Catechismo stesso distingue tra orientamento e atti, ma soprattutto il Vangelo ci chiede qualcosa di più alto del Catechismo: ci chiede di non giudicare, di accogliere, di non mettere pesi sulle spalle che noi per primi non porteremmo.

Quando diciamo che una persona omosessuale è in peccato mortale per il solo fatto di esistere, stiamo dicendo a un figlio di Dio che la sua croce è essere se stesso. Stiamo chiudendo la porta della Chiesa a chi bussa.

Coloro che lavorano   e portano avanti, in unità con la Chiesa,  una pastorale di accoglienza e di accompagnamento per famiglie e persone che vivono la realta  LGBT come  il gruppo "Nessuno solo" non stanno facendo una rivoluzione, stanno vivendo il Vangelo. Stanno facendo quello che Gesù faceva: andare a mangiare a casa di quelli che gli altri consideravano impuri. Il nome "Nessuno solo" è già teologia: nessuno è solo, nessuno è fuori, nessuno è scarto. 

Una famiglia con un figlio gay non è una famiglia fallita, è una famiglia che sta imparando un amore più grande, più esigente, più simile a quello di Dio che non scarta nessuno.

Il problema non sono le persone LGBT che chiedono di essere accompagnate. Il problema è una comunità che ha paura di allargare la tenda. 

Se crediamo davvero che ogni persona è voluta, amata, creata a immagine di Dio, allora dobbiamo avere il coraggio di dire: la dignità di un uomo non dipende da chi ama, ma da come ama. Se ama con rispetto, fedeltà, tenerezza, dono di sé. 

Non perdiamo altri figli per la paura di sembrare troppo misericordiosi. La misericordia non è mai troppa. Restiamo uniti. Nessuno solo, davvero.

Peppe Auriemma

Psicologo e Psisicoterapeuta

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