La Scuola per Cacciari

 Il filosofo Massimo Cacciari, nel suo intervento *Scuola è politica*, sostiene che la scuola non possa essere considerata un semplice luogo di trasmissione di nozioni, perché essa tocca il nucleo stesso della vita collettiva e dunque rappresenta una questione propriamente politica.

A suo giudizio, infatti, il primo compito dello Stato dovrebbe essere quello di prendersi cura della formazione del cittadino, e questa formazione non coincide affatto con l’accumulo di competenze tecniche o con l’avviamento precoce a saperi specialistici.
Educare, nel senso più autentico, significa piuttosto accompagnare il giovane nella costruzione di un orientamento interiore verso il bello, il giusto e il bene, cioè verso ciò che rende possibile una convivenza umana degna di questo nome. 
Per spiegare questa idea, Cacciari richiama il significato profondo della *paideia* greca, mettendo al centro non la materia insegnata ma il *pais*, il giovane, con la sua sensibilità, la sua energia e la sua capacità ancora in potenza di diventare forma compiuta.
L’errore della scuola moderna, secondo lui, sta spesso nel voler agire troppo presto sulle facoltà più astratte, come se il ragazzo fosse già pronto a padroneggiare in modo maturo la logica, la teoria e i saperi disciplinari.
In realtà, la vera educazione deve partire dal sentire, dall’esperienza immediata, da quella dimensione sensibile attraverso cui il giovane impara a riconoscere quasi spontaneamente ciò che è armonico e ciò che è disarmonico, ciò che è giusto e ciò che è ingiusto.
Per questo Cacciari insiste molto sull’idea che l’educazione debba creare un *ethos*, cioè un’abitudine profonda al bene e al bello, una disposizione interiore senza la quale anche i saperi più raffinati rischiano di restare vuoti o di essere piegati al brutto e all’ingiusto.
Prima ancora delle singole discipline, viene dunque la formazione di un terreno umano comune, di una base etica condivisa sulla quale i saperi possano poi davvero attecchire.
Se questa base manca, la scuola può anche produrre individui istruiti, ma difficilmente formerà persone capaci di abitare responsabilmente la comunità.
Un passaggio molto forte del discorso è quello in cui Cacciari osserva che il giovane è innanzitutto movimento, slancio, irrequietezza vitale.
Proprio per questo, educarlo non significa reprimere il movimento, ma dargli forma, trasformarlo in ritmo, armonia, musica, danza, parola ordinata.
Attraverso l’immagine della danza e del coro, ripresa da Platone, egli mostra che l’educazione autentica è sempre anche educazione al legame con gli altri: nel muoversi insieme, nel trovare un ritmo comune, il giovane impara a correggersi, a misurarsi, a non restare chiuso nella propria autosufficienza. In questo senso la scuola è politica, perché forma concretamente la possibilità della comunità. 
Cacciari lega questa riflessione anche al tema della lotta interiore, sostenendo che una delle vere battaglie dell’uomo è quella contro la propria chiusura egoistica.
Educare significa allora aiutare il giovane a uscire dalla pura filautia, dall’essere soltanto “amico di sé stesso”, per imparare invece a stare in relazione, a riconoscere l’altro, a trovare nell’armonia condivisa la misura di sé.
La comunità non nasce in modo automatico, ma da una lunga formazione del sentire, del comportamento e del gusto, ed è proprio qui che la scuola svolge una funzione decisiva. 
Anche quando parla della storia, Cacciari si muove nella stessa direzione.
La storia, dice, non dovrebbe essere insegnata come semplice accumulazione di dati o come esercizio di memoria passiva, ma come ricerca di orientamento per il presente, soprattutto nei tempi di crisi.
Guardare al passato serve a capire che cosa fare oggi, a costruire una memoria viva e selettiva, capace di offrire criteri per inventare il futuro. Per questo egli richiama autori come Nietzsche e Schiller, vedendo in loro non un rifiuto del sapere o della storia, ma una critica a un sapere ridotto a peso morto, incapace di nutrire la vita e l’azione.
Quindi, il vero centro del rapporto educativo non è l’insegnante, ma il giovane.
L’educatore non è il proprietario del sapere che riempie un contenitore vuoto, bensì colui che aiuta a far emergere possibilità già presenti, quasi un maieuta che accompagna una crescita.
Ma questo può avvenire solo se nell’insegnante c’è meraviglia davanti al giovane, davanti alla sua forza, alla sua energia, alla ricchezza di possibilità che porta in sé.
Se manca questa meraviglia, viene meno il cuore stesso dell’educazione. 
In sintesi, la scuola è politica perché non forma semplicemente studenti più preparati, ma uomini e donne capaci di sentire, giudicare, legarsi agli altri e abitare una comunità. È politica perché costruisce le condizioni profonde della convivenza, creando un ethos comune senza il quale né i saperi né le istituzioni riescono davvero a reggere.
Per Cacciari, dunque, una vera riforma della scuola non dovrebbe partire solo dai programmi o dalle competenze, ma da una domanda più radicale: quale idea di uomo e di cittadin

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